16/05/2012
Santa Margherita da Cortona (Terziaria Francescana)
Nulla è perduto, se si ama davvero: si può così sintetizzare l’esperienza avventurosa e peccatrice di Santa Margherita da Cortona, che, proprio grazie all’amore, riesce a dare una svolta alla propria vita fino a raggiungere le vette del misticismo e della carità più pura ed illuminata. Nasce nel 1247 a Laviano, un paesino a mezza strada tra Montepulciano e Cortona, in una povera famiglia contadina. Orfana di mamma, viene allevata da una matrigna gelosa e bisbetica, in mezzo a maltrattamenti ed angherie. Bellissima e, per questo, ammirata e corteggiata, a 18 anni scappa di casa per realizzare il suo sogno d’amore con un giovane nobile di Montepulciano. Che le spalanca le porte del suo castello e la fa sua amante per nove anni, ma che non la sposa, nemmeno quando dalla loro unione nasce un figlio. Il giovanotto non doveva essere neppure uno stinco di santo, se è vero che muore assassinato e la leggenda narra che sia stato un cagnolino (con il quale viene comunemente raffigurata nelle immagini) ad aiutare Margherita a ritrovarne il cadavere. Ovvio che la famiglia di lui, all’indomani del funerale, la cacci sdegnosamente di casa e così Margherita, da un giorno all’altro, passa dalle agiatezze di una vita mondana e dispendiosa alle misere condizioni di una ragazza madre, senza un tetto e senza di che mangiare. Dato che neppure si può parlare di tornare a casa sua, da dove è già fuggita una volta e dove tutti si vergognano della sua vita peccaminosa, qualche biografo sostiene che Margherita arrivi a prostituirsi per sbarcare il lunario, e non ci sarebbe proprio di che stupirsi, viste le sue condizioni e l’assoluta mancanza di valori. Va a stabilirsi a Cortona, trovando una casa e un lavoro come ostetrica, e qui avviene la sua metamorfosi. Conquistata dall’ideale francescano, si dedica agli ammalati poveri, visitandoli e curandoli a domicilio, scoprendo in se stessa una volontà e un talento di organizzatrice che neppure lei sapeva di possedere. Raduna attorno a sé un gruppo di volontarie e insieme a loro organizza una rete fittissima di carità per chiunque ha bisogno di aiuto. Riesce a contagiare nel suo progetto caritativo le famiglie nobili della zona, che mettono a sua disposizione somme ingenti con le quali, già nel 1278; riesce ad aprire il primo ospedale per i poveri di Cortona. L’assistenza è assicurata dalla confraternita delle Poverelle e dai Mantellati, per la quale ha scritto gli Statuti di chiara impronta francescana ed alla quale, soprattutto, offre la testimonianza della sua vita interamente votata ai più deboli. Scende in piazza, quando è necessario, per pacificare gli animi e per rasserenare il turbolento clima politico del suo tempo, ma, soprattutto, Margherita si dedica ad una intensa preghiera e ad una grande penitenza, che la portano alle più alte vette della mistica, nella Rocca sopra Cortona, dove ha ricavato una piccola cella in cui vive gli ultimi anni in meditazione e solitudine. Qui l’ex concubina muore il 22 febbraio 1297, ad appena 50 anni. Ci vogliono più di 4 secoli prima che la Chiesa la proclami santa, nel 1728, ad opera di Benedetto XIII, e Margherita diventa così una gloria dell’Ordine Francescano e la patrona di Cortona, che da sette secoli custodisce il suo corpo incorrotto.
Autore: Gianpiero Pettiti (http://www.santiebeati.it/dettaglio/31450)
10:19 Scritto da: padreframarco in blog life | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: margherita, cortona, penitente | OKNOtizie |
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13/05/2012
Io ho scelto voi!
«In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga» (At 10,25-27.34-35.44-48)
«In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.» (1Gv 4,7-10)
«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15,9-17)
In questa sesta domenica di Pasqua il Vangelo ci riporta ancora il secondo discorso di addio di Gesù, il Suo “testamento”, le Sue “ultime volontà”: «Rimanete nel mio amore»; «amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi».
Oggi vorrei soffermarmi su una caratteristica particolare di questo amore che siamo chiamati ad accogliere e a prendere ad esempio per praticarlo: la gratuità, la libera iniziativa.
Come ci ricorda S. Pietro fin dalla prima lettura, « Dio non fa preferenze di persone», non sceglie in base al merito o alla “simpatia”; accoglie e chiama tutti gli uomini alla salvezza. Dicendolo con uno “slogan”: “Dio non ci ama perché siamo buoni, ma ci chiede di essere buoni perché ci ama”.
Nel Vangelo poi, Gesù stesso afferma la sua libera iniziativa nella chiamata dei suoi discepoli: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi». Contrariamente a quanto accadeva (e ancora in qualche modo accade), non sono stati i discepoli a scegliere di seguire il Maestro, a sceglierlo come loro Signore; è stato Gesù che li ha scelti e chiamati quando ancora loro non lo conoscevano; è stato Gesù a liberarci dal peccato e a costituirci perché possiamo portare “frutti di vita eterna”.
Oggi Gesù, dopo averci rivelato il Suo amore e la sua libera iniziativa, ci comanda di amarci gli uni gli altri “come” Lui ci ha amati. Vorrei sottolineare che questo “come” implica sia la “donazione della vita” («nessuno ha un amore più grande»), cioè fare della propria vita (di ogni nostro istante e di ogni nostra capacità) un dono per coloro che il Signore ci ha messo accanto; sia la gratuita e libera iniziativa non motivata da alcun merito: non siamo chiamati ad amare solo i fratelli della “nostra cerchia” (fraternità, comunità, gruppo di preghiera ecc.) o solo i fratelli che “se lo meritano”; né, peggio ancora, siamo chiamati ad amare solo coloro che possono contraccambiare al nostro amore (“Ti do per avere”; questo è il tipo di “amore” insegnato dal “mondo”: un amore egoistico che mette sempre al centro il proprio interesse); siamo chiamati, al contrario, ad amare in maniera particolare coloro che non possono contraccambiare al nostro amore: i piccoli, i poveri (cfr Mt 25,31-47); siamo chiamati, ancora ad amare coloro che non se lo meritano ( i “nemici”).
È così che ci ha amati Gesù: ci ha amati (e ci ama) anche quando non ce lo meritavamo: si è consegnato nelle mani dei suoi crocifissori perdonandoli; non ha mai preteso un contraccambio al Suo amore; ci chiede solo di lasciarci amare, lasciarci raggiungere dal Suo Amore per imparare ad amare e giungere alla gioia piena che solo una vita donata per amore può raggiungere.
Gesù ci ha scelti per amici, ci ha colmati del Suo Amore e ci ha rivelato il segreto della gioia piena: vogliamo comportarci da amici e discepoli del nostro Maestro? Siamo disposti ad accogliere il Suo Amore (lo Spirito di Dio che ci guida alla pienezza della Vita) e a lasciarci condurre da Lui?
Fra Marco
PS: «Ah! Signore, so che non comandi nulla di impossibile. Conosci meglio di me la mia debolezza, la mia imperfezione, sai che non potrò mai amare le mie sorelle come tu le ami, se non sei ancora tu, Gesù mio, ad amarle in me. È per accordarmi questa nuova grazia che tu hai dato un comandamento nuovo. Oh! Quanto lo amo, se mi da la garanzia che la tua volontà è d'amare in me tutti coloro che comandi d'amare! Sì, ne sono convinta; quando uso carità è solamente Gesù che agisce in me. Quanto più sono unita a lui, tanto più amo tutte le mie sorelle» (S. TERESA DI LISIEUX)
09:03 Scritto da: padreframarco in commento alla Parola | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: scelto, libertà, amore | OKNOtizie |
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06/05/2012
«Rimanete nel mio amore» Gv 15,9
«Il capitolo 15 di Gv ci avvicina al Cristo. Il Padre, essendo il vignaiolo, deve potare il tralcio perché dia frutto, e il frutto che dobbiamo produrre nel mondo è bellissimo: l’amore del Padre e la gioia. Ognuno di noi è un tralcio.
Quando andai l’ultima volta a Roma, volevo dare qualche piccolo insegnamento alle mie novizie e pensai che questo capitolo fosse il più bel modo di capre che cosa siamo noi per Gesù e che cosa è Gesù per noi. Ma non mi ro resa conto di ciò di cui invece si resero conto quelle giovani suore quando considerarono quanto è robusto il punto d innesto dei tralci nella vite: come se la vite temesse che qualcosa o qualcuno le strappi il tralcio. Un’altra cosa su cui quelle sorelle richiamarono la mia attenzione fu che, se si guarda la vite, non si vedono frutti. Tutti i frutti sono sui tralci. Allora esse mi dissero che l’umiltà di Gesù è così grande che egli ha bisogno dei tralci per produrre frutti. Questo è il motivo per cui ha fatto tanta attenzione al punto di innesto: per potere produrre quei frutti egli ha fatto l’attacco in modo tale che si debba usare la forza per romperlo.
Il Padre, il vignaiolo, pota i tralci per produrre più frutto, e il tralcio silenzioso, pieno d’amore, incondizionatamente si lascia potare. Noi sappiamo che cosa è la potatura, poiché nella nostra vita ci deve essere la croce e quanto più siamo vicini a Lui, tanto più la potatura è intima e delicata.
Ognuno di noi è un collaboratore di Cristo, il tralcio di quella vite; e cosa significa per voi e per me essere una collaboratrice di Cristo? Significa dimorare nel suo amore, avere la sua gioia, diffondere la sua compassione, testimoniare la sua presenza nel mondo» ( Madre Teresa di Calcutta, Missione d’amore, Mi 1985, 79s)
08:50 Scritto da: padreframarco in commento alla Parola | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: vite, frutti, amore | OKNOtizie |
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